Fonte: http://www.agichina24.it/

di Alessandra Spalletta e Sonia Montrella

tmall_384L’e-commerce cinese supererà presto quello statunitense. Il sorpasso potrebbe arrivare entro la fine dell’anno con le transazioni che toccheranno i 1.800 miliardi di yuan. Le aziende straniere si leccano i baffi. Il commercio online è un’opportunità di business anche per le piccole e medie aziende italiane oppure è una sfida che solo i grandi marchi sono in grado di raccogliere? AgiChina24 lo ha chiesto agli esperti. “L’e-commerce non può essere un escamotage per le aziende italiane che finora non sono state in grado di investire nel mercato cinese.Investire in Cina restando a casa è impensabile.L’Italia ha già sprecato molte opportunità d’investimento nel mercato cinese, è irrealistico immaginare che la vendita online dei prodotti possa sopperire l’assenza dell’industria italiana in Cina e la debolezza del sistema paese (Paolo Borzatta, The European House Ambrosetti”.

Roma, 26 mar. – Oltre 240 milioni di cinesi preferiscono fare shopping comodamente seduti sulla poltrona di casa propria piuttosto che affrontare il traffico e le lunghe file ai camerini e alle casse dei negozi. Sono loro, gli e-shopper, la linfa vitale di un mercato che vende in media 48mila prodotti al minuto. Hanno in media 27 anni, un diploma universitario e un reddito mensile che si aggira attorno ai 2.123 yuan (270 euro circa).

E il numero di questi clienti  ‘pantofolai’ è destinato a crescere ancora, tanto che secondo recenti studi nel giro di due anni il volume dell’e-commerce cinese supererà quello statunitense. Per il ministero del Commercio cinese il sorpasso arriverà molto prima, addirittura entro al fine dell’anno con le transazioni che toccheranno i 1.800 miliardi di yuan. D’altronde le cifre attuali sono da capogiro: lo scorso anno le vendite hanno raggiunto i 1.320 miliardi di yuan, secondo uno studio del China’s E-commerce Research Center. Mentre tra gennaio e novembre 2012, Alibaba.com, la principale piattaforma di vendite on-line in Cina, ha registrato 121,49 miliardi di euro di transazioni di cui 97 miliardi di euro attraverso attività business-to-consumer con Taobao e 24 miliardi di euro attraverso business-to-business con Tmall.

Secondo McKinsey entro il 2020 il boom raggiungerà il suo massimo con un volume che si aggirerà tra i 420 miliardi e i 650 miliardi di dollari.

Merito anche del 12° Piano Quinquennale (2011-2015) che, tra le altre cose, ha rilanciato la revisione del modello economico verso un maggiore incremento dei consumi interni e la diffusione delle nuove tecnologie nei settori dell’information technology e delle telecomunicazioni.

Il motivo del successo lo spiegano Roberto Sergi, Lorenzo Giusti, Xian Zhang nel manuale-guida “Commercio elettronico in Cina”, e-book edito da Diacron: “Gli utenti hanno modo di acquistare prodotti non ancora disponibili nei negozi retail tradizionali. L’efficienza della rete logistica contribuisce a tale tendenza positiva; inoltre i prezzi per le spedizioni all’interno del Paese risultano essere competitivi e ciò influenza i prezzi finali rendendoli più interessanti per gli acquirenti”. A ciò si aggiunge il fatto che attraverso la rete, questi beni di consumo raggiungono  non solo le grandi città e le megalopoli di seconda fascia, ma anche quelle di seconda o terza fascia dove il mercato tradizionale non è  ancora così maturo da puntare su determinati brand. “Grazie ai consistenti sussidi erogati da Pechino per l’accesso a internet a banda larga e ad alta velocità si prevede che il numero degli utenti continuerà a crescere nel prossimo futuro” si legge nella guida. Oggi gli internauti cinesi ammontano a oltre 500 milioni.

Le potenzialità di questo mercato sono dunque sotto gli occhi di tutti. Sopratutto se osservate dalla prospettiva di un’azienda straniera. Secondo i dati dello EU SME Centre – l’istituto che supporta le attività di business delle piccole e medie aziende europee che vogliono entrare nel mercato cinese- entro il 2015 saranno 750 milioni gli utenti di internet nel Dragone, che già oggi è il più importante mercato del mondo per il commercio on line (come si legge in un articolo di AgiChina24 contenuto nel prossimo numero dei Quaderni della Camera di Commercio italiana in Cina).

Molte di loro hanno già imboccato questa strada non priva di ostacoli, ma per le società italiane accaparrarsi una porzione di questa enorme gallina dalle uova d’oro pare ancora più difficile.
“La moda, l’agroalimentare, l’arredamento – ed in prospettiva anche l’elettronica di uso domestico – sono i settori dell’eccellenza italiana che potrebbero più ampiamente riscuotere successo in Cina attraverso le piattaforme on-line” osserva il console italiano a Shanghai Vincenzo De Luca nella prefazione dell’e-book guida. “Tuttavia per le aziende italiane interessate ad entrare in un mercato così vasto e carico di potenzialità come quello cinese è necessario essere preparati circa il contesto nel quale si andrà ad operare e le sfide cui si sarà confrontati”.

 

E-COMMERCE: OPPORTUNITA’ PER IL MADE IN ITALY

L’opinione di Sara Marchetta (Chiomenti) e Paolo Borzatta (The European House-Ambrosetti)

Da dove iniziare e come muoversi, allora, per promuovere sulla rete il Made in Italy, da sempre sinonimo di qualità, senza correre rischi? Come orientarsi in un mercato complesso senza cadere nella trappola del guadagno facile? L’e-commerce è uno strumento che rafforza le aziende italiane che hanno già una presenza in Cina oppure chiunque può vendere i propri prodotti restando comodamente seduti in poltrona, proprio come l’acquirente cinese che fa shopping online calzando pantofole? L’ e-commerce è adatto a tutti, tanto ai marchi forti quanto alle piccole aziende? In altre parole, il commercio online catapulterà i nostri marchi in Cina, sollevandoli da una lunga serie di ostacoli che hanno finora inibito gli investimenti del nostro paese in Estremo oriente?

AgiChina24 lo ha chiesto a diversi esperti del settore.

Anzitutto, è utile capire le dinamiche del fenomeno.

Lo studio Chiomenti, guidato in Cina dall’avvocato e sinologa Sara Marchetta, ha di recente organizzato una giornata di studio sullo sviluppo dell’e-commerce in Cina. Lo studio legale italiano ha promosso l’incontro insieme alla Camera di Commercio italiana in Cina e a China Netcom, un operatore cui fa capo un consorzio di aziende che commerciano online. “Le aziende che hanno partecipato hanno mostrato un grande interesse, manifestato soprattutto dagli operatori cinesi; tra gli ospiti, infatti, figuravano anche Tmall e 360buy, due tra le realtà più dinamiche dell’e-commerce cinese. I cinesi hanno mostrato attenzione anche per i prodotti italiani”, ci ha spiegato l’avvocato Marchetta.

Un appuntamento utile, quindi, per fare il punto sulla situazione del commercio elettronico in Cina. “Il potenziale è enorme, certo – prosegue Marchetta – “Il boom dell’e-commerce è iniziato almeno due anni fa ed è diventato importante anche per i retailer tradizionali europei. Gli Stati Uniti sono stati precursori nel settore: sono più avvezzi di noi all’utilizzo di canali di vendita online, che hanno sostituito le più antiche vendite per corrispondenza”.

Anche gli europei si sono svegliati: sono sempre più numerosi i negozi online di marchi targati Eu, scandisce l’esperta di Chiomenti. Con la diffusione dell’accesso a internet, le prospettive del commercio online sono diventate rilevanti anche per motivi geografici: si raggiungono più persone in meno tempo. “Gli americani queste cose le fanno da diverso tempo. I cinesi hanno iniziato a comprare online non solo prodotti di alta qualità, ma anche soggiorni e viaggi. In questo momento la crescita del mercato online si sta spostando alle città di seconda o terza fascia, lontane dai circuiti internazionali, dove la gente utilizza internet per comprare merce che non potrebbe acquistare diversamente, magari viaggiando”.

Rassicuriamo subito gli scettici e i pessimisti: molte aziende o individui che hanno provato a vendere online sono state truffati. E-commerce in Cina è sinonimo di frode?

“Il tema delle truffe online non c’entra niente con l’e-commerce. La truffa online accade a distanza: il classico caso è quello dell’azienda italiana che scopre un sito web cinese che vende prodotti, si fa mandare una quotazione che di solito è molto più bassa del prezzo di listino. Viene chiesto all’azienda di versare un anticipo, poi quando il prodotto viene spedito, ci si accorge che al posto della mattonella, ti hanno venduto sassi. Questa è la truffa: quello che spesso accade online ma che non  è necessariamente legato all’e-commerce”.

La normativa sull’e-commerce in Cina cosa prevede per le aziende straniere?

“Il boom dell’e-commerce, anche per gli stranieri, è dato dal recente cambio di normativa. In Cina vige una limitazione fortissima degli investimenti stranieri nel settore delle telecomunicazioni allargato, inclusi i servizi a valore aggiunto. Fino a qualche tempo fa, tra i servizi che presentavano limitazioni per gli investitori stranieri, c’era anche l’e-commerce. La difficoltà, per le società straniere, era quella di riuscire ad ottenere il controllo diretto sulle vendite.Oggi, invece, le possibilità sono due. Fermo restando che le piattaforme – Taobao, 360buy, etc. – restano vietate agli stranieri, se l’azienda ha una società di trading che vende prodotti propri, può farlo anche online, attraverso un sito. Tale prodotto, in questo modo, non viene considerato un value-added service, di conseguenza l’azienda può teoricamente gestirlo direttamente”.

“Il Mofcom, il Ministero del Commercio, ha creato un dipartimento che si occupa solo di commercio online; esso è preposto all’approvazione delle società che fanno e-commerce e alla stesura delle policy. Suppongo che dal punto di vista amministrativo e governativo cinese, nei prossimi tempi ci sarà una maggiore attenzione a quello che viene venduto online. Un rafforzamento dei controlli va nella direzione di una maggiore tutela, anzitutto, delle aziende cinesi. Siti come Taobao sono un fenomeno incredibile che riguardano principalmente le aziende locali”.

Veniamo alla seconda opzione: un’azienda italiana che non ha una presenza in Cina, come fa a vendere i suoi prodotti?

“L’alternativa alla società di trading, è quella di rivolgersi alle piattaforme di commercio elettronico. Taobao, per esempio, offre un duplice servizio: quello alle imprese (pagato) e quello rivolto alle persone fisiche che possono, in sostanza, mettere online qualsiasi genere di prodotto.L’obiettivo reale è quello, per la società, di avere un sito dove poter vendere i propri prodotti in Renminbi. Il sito dot.com può essere aperto liberamente, ma in assenza di una entità cinese il cliente è costretto a pagare in valuta estera, che in Cina – come sappiamo – subisce limitazioni e controlli”

 

Quali sono i rischi per l’azienda che vende online?

“I rischi relativi all’utilizzo di piattaforme di e-commerce come Taobao, sono legati ai diritti di proprietà intellettuale e alle importazioni parallele. Su Taobao – per esempio – si possono acquistare anche prodotti di design italiano a 30 euro. Questo merce può essere falsa, frutto di una importazione parallela – ossia è arrivata in Cina per altre vie ed ha per questo un prezzo inferiore a quello di listino -, oppure può provenire da stock, un problema che si pone anche con gli outlet per gli accessori e per la moda”.

“I rischi sono legati alla presenza di numerosi falsi sulle piattaforme di e-commerce; Taobao assicura i clienti sull’originalità dei prodotti e sulla qualità dei controlli, purtroppo però i casi dei falsi individuati su Taobao, non accennano a diminuire. Taobao, per realizzare un negozio di fascia più alta, ha poi aperto Tmall: una piattaforma di commercio elettronico legata al lusso, che quindi vende prodotti di gamma più alta. Per esempio, Net a Porter (il famoso negozio online inglese di moda di lusso) ha di recente aperto il sito in cinese”.

“In definitiva, i rischi dipendono dalle dimensioni dell’azienda che intende promuovere online i propri prodotti. In generale, il commercio elettronico è una buona occasione: dipende dal tipo di prodotto che si vuole lanciare e dal tipo di pubblico che si vuole raggiungere. Un prodotto di massa ha maggiori rischi di essere contraffatto. Il prodotto di lusso, invece, è più riconoscibile: e i cinesi acquistano sempre di più prodotti di lusso.  Ci sono siti incredibili, come Wangjiu (ossia “vino in rete”) , che vende bottiglie di vino a prezzi inauditi: 5-7 mila euro (vino francese, principalmente). L’attenzione che l’azienda straniera deve avere è sempre la stessa, quando si opera in Cina: è importante avere in tasca un contratto che consente alla società di gestire il proprio prodotto in maniera diretta, e controllare le importazioni parallele. Diciamoci la verità: non tutti possono permettersi di fare la società di trading per vendere online.Rivolgersi a una piattaforma è spesso una scelta obbligata”.

Sono molte le imprese straniere che vendono online in Cina?

“Sono moltissime. I siti del lusso hanno (quasi) tutti aperti un negozio online. Net a Porter, come si è detto, ha aperto il negozio online cinese da qualche mese. Alcune grosse aziende vendono i prodotti in Cina solo in rete. Per esempio, le scarpe Vans: l’azienda americana ha creato un marchio solo online. Pretty Ballerinas, stessa cosa: inizialmente il colosso del commercio online di scarpe di alta gamma, vendeva solo su internet, e in seguito ha aperto i negozi, anche in Europa. Oggi l’investimento per aprire una rete retail tradizionale in Cina, è abbastanza alto: lo shopping mall anche in città di seconda o terza fascia, inizia a essere un investimento.Aprire un negozio, allestirlo, non è semplice, anche perché la Cina è così grande che non ha senso aprire un solo punto vendita: gli studi di settore suggeriscono che per avere un buon riconoscimento del marchio, bisogna aprire più di cento negozi. Si tratta di un investimento consistente: l’e-commerce può quindi essere di supporto o addirittura un’alternativa ai metodi di vendita tradizionale”

Il commercio online rappresenta realmente un’opportunità per le nostre aziende? L’Italia non ha saputo investire massicciamente in Cina, rispetto ai cugini europei che sono stati molto più bravi di noi. Qualcuno pensa che ci andrà meglio con il boom della vendita online. E’ davvero lecito pensare che l’e-commerce possa dare al Made in Italy la chiave d’accesso al mercato cinese?

“L’e-commerce è un’opportunità ma anche un rischio, soprattutto se si vende sulle piattaforme senza un controllo diretto della vendita, un elemento, questo, di criticità rispetto al retail tradizionale. Il prodotto italiano ha la caratteristica di grande qualità e di marchio; l’azienda deve quindi saperlo posizionare e proteggerlo. Nel commercio elettronico, inoltre, si fa molta fatica a controllare il mercato: è più complesso, ad esempio, ottenere dati attendibili sull’atteggiamento del pubblico.L’e-commerce, a mio avviso, ha molto più senso come attività di supporto: l’azienda che ha un numero limitato di punti vendita in Cina, utilizza le piattaforme di vendita online per promuovere il marchio”

Facciamo shopping online: cosa si trova su Taobao?

“Si trova di tutto. Io ad esempio ho comprato i sacchetti dell’aspirapolvere tedesca che non ero riuscita a trovare in altro modo. Ho comprato persino le merendine del Mulino Bianco, sfuse: cioè al pezzo. Non va dimenticato, però, che la vendita va trattata con un minimo di cautela: se ci si rivolge a degli operatori non particolarmente attenti agli aspetti giuridici o di business legati allo sviluppo di un marchio, ci si trova con un pungo di mosche in mano”.

Secondo lei il Mulino Bianco sa che le sue merendine (sfuse) sono vendute su Taobao?

“E’ altamente probabile che non lo sappiano. Può anche darsi che ne abbiano consapevolezza, ma in ogni caso non sarebbero gli unici a ignorare che i loro prodotti sono venduti online in Cina. Del resto, le modalità di vendita sono diverse da quelle utilizzate in Italia: il tegolino al pezzo, da noi, francamente non l’ho mai visto venduto da nessuna parte”.

Per chiarire: il Mulino Bianco non è presente in Cina come investimento?

“Non ho approfondito. Ma non mi risulta che il Mulino Bianco abbia realizzato un investimento diretto in Cina. L’azienda italiana esporta nel paese; vende e distribuisce i prodotti attraverso una rete di venditori locali”.

Quindi chi ha messo in vendita su Taobao le merendine?

“E’ realistico ipotizzare che lo abbiano messo in vendita i distributori cui l’azienda madre si affida per la distribuzione in loco”.

Chi compra online, in Cina?

“Chi compra online è mediamente più giovane di quella fascia che comunemente individuiamo come classe media: gente tra i 20 e i 40 anni. E si tratta di un gruppo estremamente disomogeneo, difficile da inquadrarsi come classe media. L’online attrae tutti: il super ricco che vuole comprare la borsa griffata e che non ha tempo di andare a Hong Kong o negli Stati Uniti per comprarla; la donna di servizio che compra su Taobao le scatole di plastica per le scarpe; il mio collega avvocato che a parità di potere d’acquisto può essere considerato un esponente della classe media, che compra online l’abat-jour di design. La composizione dei compratori online è quindi variegata”.

COMMERCIO ONLINE, PER RICCHI E POVERI

Sara Marchetta ha indubbiamente ragione: in Cina è difficile fornire una definizione accurata di borghesia e classe media. Come spiega ad AgiChina24 Renzo Cavalieri, docente di diritto cinese presso l’Università Ca’Foscari di Venezia, meglio abbandonare le categorie occidentali che hanno un forte connotato politico e di rivendicazioni sociali proprie del mondo occidentale; molto più semplice è distinguere i ricchi dai meno ricchi.Ossia: usare il reddito come criterio di distinzione, perché le fasce benestanti sono più facilmente riconoscibili adottando criteri quantitativi, che non qualitativi. I super ricchi sono più omogenei; secondo Forbes, la Cina occupa il secondo posto per numero di miliardari al mondo a quota 122 nella classifica dei paperoni mondiali.Più disomogenei sono invece i cinesi meno ricchi dei super ricchi.Potremmo definirli benestanti urbani (esistono anche i benestanti di campagna, ma sono meno numerosi), scandisce Cavaliere. Si tratta di fasce sociali emerse negli ultimi 30 anni di turbo-capitalismo, frutto di quel patto siglato con il partito che ha promesso alla popolazione – soprattutto dopo l’89 – di arricchirsi, in cambio del consenso assoluto.

Avvocato Marchetta, l’online attira di più i ricchi o i meno ricchi?

“I ricchi – ossia quelli che da noi chiameremmo alta borghesia – in Cina esistono di più della classe media. Chi guida i trend di consumo in Cina è il consumatore che si posiziona su livelli di reddito superiori rispetto a quelli della ‘classe media’. Chi ha soldi per fare viaggi, che ha figli che studiano all’estero o chi può permettersi di andare a comprare una proprietà in Europa per prendere il permesso di soggiorno e cambiare cittadinanza, perché aspira ad ottenere l’assistenza medica e la pensione. L’alta ‘borghesia cinese’ è più facilmente identificabile perché ha una serie di bisogni assimilabili: hanno già comprato il marchio famoso e ora vanno a cercare il prodotto di qualità. Sono in genere estremamente attenti alla salute: la cura dell’alimentazione è molto forte, credo che il consumo dei cibi biologici sia aumentano in modo strepitoso, negli ultimi due anni in Cina”.

“La ‘classe media’, ossia chi appartiene a una fascia di reddito più bassa, che ha la casa di proprietà, l’automobile, mangia bene, fa studiare pianoforte al figlio, può permettersi la vacanza d’estate, è ancora molto disomogenea. Le generazioni, in Cina, si susseguono a ritmi sfrenati: in una famiglia possiamo trovare l’avvocato di grido trentenne, l’imprenditore arricchito di 37 e quello delle generazione precedente che ne ha 50. Tra il cinquantenne e il trentenne, sono già passate due generazioni”.

Cosa comprano?

Principalmente prodotti di elettronica e viaggi. Moda, accessori e design stanno crescendo adesso.

In sintesi, l’e-commerce è uno strumento in più per l’azienda già presente nel mercato cinese. Lo abbiamo chiesto a Paolo Borzatta, senior partner di The European House Ambrosetti.

“Mi occupo di e-commerce da tempo. Diversi nostri clienti si cimentano nell’e-commerce, in Cina. Ovviamente sulla dimensione del mercato non c’è alcun dubbio. Ed è un mercato destinato a espandersi nei prossimi anni con tassi importanti di crescita. La domanda giusta da porsi è come l’azienda italiana di piccole e media dimensioni possa sfruttare questa opportunità. La risposta purtroppo è che non è per niente semplice”. 

Il richiamo dei media sul boom dell’e-commerce rischia di essere lucciole per lanterne?

“Le opportunità offerte dal business online rischia di essere un miraggio.Certo che è possibile accogliere la sfida, ma c’è da fare un lavoro grosso. Quali sono gli scogli che gli italiani fanno fatica a capire? Ci sono due dimensioni: marchio e comprensione dei cinesi”.

“Prima dimensione, il marchio: in Cina puoi vendere i prodotti online solo se hai un brand forte. Se Prada domani mattina chiude tutti i negozi che ha in Cina e decide di vendere utilizzando solo la piattaforma di e-commerce, e al massimo mantiene un flagship store a Shanghai o a Pechino, forse vende di più. Nel caso di Prada, infatti, il nome è talmente forte, che è sufficiente che il potenziale cliente vada in qualsiasi piattaforma – che sia propria di Prada o di Taobao –; se il detentore della piattaforma è credibile e si ha la ragionevole certezza che il prodotto in vendita sia originale, il cliente compra immediatamente. Prada è un marchio forte. Ma aziende italiane che hanno un marchio forte, in Cina ce ne sono pochissime e sono quelle che hanno scoperto l’e-commerce da molto tempo. Ci sono molte altre aziende italiane che hanno un marchio forte in Europa, o in Italia (ci sono ovviamente aziende che un marchio forte non ce l’hanno neanche in Europa o in Italia, sic).  Le imprese che hanno un marchio solido e riconosciuto in Europa, o addirittura negli Stati Uniti, prima di lanciarsi nel mercato online dei Drago, devono costruirsi un marchio forte in Cina”.

“L’e-commerce non costruisce marchi, quindi l’azienda deve fare prima un’operazione di costruzione del marchio, spendendo milioni di euro (facendo advertising, per esempio), indipendentemente dal fatto che si abbia o meno una piattaforma. Altro elemento: l’azienda potrebbe pensare di vendere il suo prodotto tramite un’altra azienda che ha già un marchio di e-commerce consolidato in Cina. Esistono alcune piattaforme che vendono direttamente, perché sono anzitutto venditori, prodotti come generi alimentari e così via, ma a quel punto l’azienda diventa fornitrice di una grande distribuzione organizzata, e viene spremuta in modo mostruoso da chi detiene la possibilità di vendere i suoi prodotti, anche se essa non ha un marchio forte, che vende i suoi prodotti a prezzi bassissimi, perché in assenza di un marchio potente viene venduto come sottoprodotto del sottoprodotto. Non avendo un marchio noto, e continuando a non averlo visto che la piattaforma lo ha presentato semplicemente con un prodotto da comprare, l’anno dopo se il tale prodotto della tale azienda non ha venduto abbastanza, la piattaforma ti caccia via brutalmente”.

 

Prima di lanciarsi dell’e-commerse bisogna quindi costruire il marchio. E la seconda dimensione?

“Seconda dimensione: il capire i cinesi. Non è vero che un prodotto di successo in Italia o in Europa, ottenga un eguale successo in Cina. Nel 90% dei casi un prodotto di successo, in quanto prodotto e in quanto sistema di comunicazione del prodotto, non è scontato che il giorno dopo l’azienda riesca a venderlo ai cinesi. Il prodotto, deve essere tarato sul mercato cinese. Il marchio deve essere translitterato; il prodotto va saputo comunicare, spiegato. L’azienda presente sull’e-commerce devo compilare la scheda del prodotto: come lo presenta? Il mercato deve essere segmentato, la comunicazione del prodotto implica capire a chi l’azienda intende proporre il prodotto e su quali piattaforme venderlo”.

“C’è quindi un’opera di adeguamento dell’offerta: prodotto fisico, immagine del prodotto e comunicazione, devono essere adeguatamente presentati al mercato locale. Un’opera che non si fa dall’Italia. Leggendo alcuni articoli di giornale sull’argomento apparsi di recente, l’azienda è spinta a pensare che basti fare tre telefonate dall’Italia e spedire i prodotti in Cina, per poter vendere domani nel paese. Questo non significa che l’e-commerce non sia un canale da prendere in considerazione, al contrario: però l’azienda non può pensare di vendere online senza l’opera di adeguamento. L’azienda probabilmente dovrebbe costituirsi una pre-piattaforma, ossia un sito proprio in cui fare e-commerce e da cui partire per andarlo a presentare su piattaforme di altri. E’ necessario mettere in piedi una struttura legale. Poi bisogna organizzare la distribuzione fisica: non basta spedire il prodotto dall’Italia, si deve avere almeno un magazzino in Cina.L’operazione è fattibile, non è a basso costo e non è necessariamente più facile delle operazioni professionali”.

“L’e-commerce insomma non può essere un escamotage per le aziende italiane che finora non sono state in grado di investire nel mercato cinese (perché lontano, perché complesso, perché oneroso, etc). Investire in Cina restando a casa è impensabile. L’Italia ha già sprecato molte opportunità d’investimento nel mercato cinese, è irrealistico immaginare che la vendita online dei prodotti possa sopperire l’assenza dell’industria italiana in Cina e la debolezza del sistema paese”.

“Abbiamo perso diversi treni. E rischiamo di perdere pure questo, se non ci attrezziamo come si deve”.

Spesso s’invoca un maggiore intervento delle istituzioni italiane nel ruolo di facilitatori di business in Cina.

“Sono totalmente contrario all’utilizzo delle istituzioni italiane per promuovere il business delle nostre imprese. L’Italia deve mettersi in testa che le istituzioni – gli enti commerciali come i centri di cultura – servono per fare promozione di lungo periodo, con investimenti di lungo periodo, per affermare dei marchi. Punto. Pensare che gli enti possano e debbano supplire alle imperfezioni delle aziende. Le istituzioni italiane hanno in passato dimostrato di non potersi sostituire alle carenze della aziende, e non penso che possano farlo in futuro. Il loro compito è di promozione del sistema paese e del marchio Italia. Il vino francese, per dirne una, è noto in quanto vino francese. Non sono noti i singoli marchi. Per affermare i marchi francesi nei vari mercati, la Francia investe da 15-20 anni per affermare il vino francese, e continua a farlo”.

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