Le imprese con la loro comunicazione aziendale come le persone, si sono ormai abituate a convivere con i repentini mutamenti imposti dallo scenario COVID.

Tanti i cambiamenti, anche nel marketing. Ma siamo sicuri che parliamo di rivoluzione?

Il 2020 ha rappresentato non tanto uno spartiacque tra la “vecchia civiltà offline” e la “nuova civiltà digitale”, ma semplicemente una forte spinta accelerativa, nei tempi e nelle modalità, dall’uno all’altro modello di società.

Rapportandoci al nostro mondo della comunicazione e del marketing, soprattutto B2B, parlare di rivoluzione significherebbe affermare che la pandemia ha permesso la creazione di nuovi strumenti e di nuovi fenomeni di cultura di massa, ma così non è stato.

C’era Facebook con la sua galassia prima della pandemia, e c’è anche oggi (sebbene la società madre ora si chiami Meta, per motivi sicuramente non legati alla pandemia).

Stesso discorso per gli Instant Messenger (WhatsApp, Telegram ecc.), per Google, per Netflix, per Spotify, persino per TikTok. Anche Zoom esiste da ben prima della pandemia.

Ma è indubbio che in questi ultimi due anni sia aumentata la fruizione dei canali digitali e non solo, dovuti alla maggior disponibilità di tempo libero (grazie all’azzeramento dei tempi di spostamento dovuti allo smart working, o a causa di cause ben più sgradevoli come il lavoro ridotto se non la disoccupazione), all’impossibilità o all’insicurezza di uscire da casa.

Una proiezione fedele di questi cambiamenti ce la offre il “Covid 19 Barometer” di Kantar, multinazionale dedita ad Insights, ricerche di mercato e statistiche marketing da destinare alle aziende.

Secondo uno studio dei mesi passati, il tempo che passiamo a navigare online, rispetto al periodo pre-COVID è aumentato mediamente del 70%. Anche l’engagement sui Social Media è aumentato del 61%. Non se la cava male neanche la televisione, che ha visto un balzo del tempo trascorso davanti allo schermo tradizionale di ben il 63%. Anche WhatsApp, di conseguenza, ha avuto un aumento medio del 40% di ore di utilizzo, mentre Facebook si è assestato al 37%.

Chiaramente, se da una parte c’è tanto lavoro per i sociologi nell’ analizzare questi ultimi e i prossimi anni, dall’altra parte è indubbio che tutto il tempo passato dai singoli individui online è un enorme capitale da sfruttare per le aziende.

Più ore davanti ad uno schermo, qualunque esso sia, vuol dire maggior opportunità di esporre il pubblico ai messaggi pubblicitari. Ma non basta: la navigazione massiva dell’utente medio ha anche messo in allarme numerose aziende che erano rimaste indietro digitalmente: da qui è partita la corsa a migliorare i siti web; a sviluppare dei siti web e-commerce; a creare od ottimizzare i canali Facebook, Instagram, Linkedin, Youtube e via dicendo; ad aumentare la propria esposizione in digital advertising, specie Google Ads e Facebook Ads.

E in Ticino, come è stata la risposta delle aziende, a livello di comunicazione e marketing? Purtroppo, come accade sempre per il nostro Cantone, non ci sono studi molto recenti che certifichino questo impatto con dei numeri precisi, ma sicuramente la nostra conoscenza del territorio e del settore può offrire delle risposte.

La prima è che il lavoro non solo è diminuito, ma anzi, i clienti sono aumentati. I servizi più richiesti? Sicuramente, tanti piani editoriali per i Social Media, distribuiti prevalentemente su Linkedin, Facebook e Instagram (non sono mancate richieste per Telegram o Youtube). È aumentata fortemente la richiesta di formazione e consulenze specialistiche, di tutti i tipi. E, altrettanto in maniera importante, le aziende ticinesi sono volute entrare nel mondo dell’e-commerce.

Tornando dal Ticino al mondo, Kantar ci spiega anche come, a livello di comunicazione esterna, le aziende si sono dedicate soprattutto a determinati tipi di messaggi. Il 77% del campione intervistato ha sostenuto di aver promosso l’utilità del brand nel nuovo contesto di vita delle persone; il 75% ha comunicato gli sforzi dell’azienda per adattarsi alla nuova situazione; il 70% ha assunto un tone of voice rassicurante. Ma tutto ciò, perlopiù, è avvenuto in maniera molto delicata e sottintesa, poiché solo il 25%, nelle sue campagne promozionali, ha espressamente menzionato la situazione pandemica.

Sempre a livello di tone of voice, un buon 40% delle aziende, in questo periodo, ha evitato volontariamente l’umorismo.

Ovviamente, la situazione è in continuo divenire, in Ticino come nel resto della Svizzera o del mondo.

Tuttavia, è abbastanza chiaro che la pandemia, aldilà del tragico quadro sanitario globale, ha lanciato nuove sfide. Non per cinismo ma per spirito di sopravvivenza e voglia di fare sempre bene, accettiamo queste sfide, e Clublab Plus è pronta più che mai a dare risposte alle aziende in sintonia con le abitudini, vecchie e nuove, del pubblico.

 

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